05/01/2009
FRANCESCO CAMUSSO
Il nostro Presidente Irene Camusso ci parla di suo "papà" FRANCESCO CAMUSSO
Francesco Camusso, mio padre, anzi no, per me è sempre stato solo e semplicemente papà, più familiare, più intimo: un grande papà che mi ha insegnato tanto, tutto ciò che io cerco ogni giorno di mettere in pratica e che ho insegnato a mia volta ai miei figli.
Io sono cresciuta sentendo parlare di ciclismo, di corse, di fatiche ma anche di grande passione, di grande voglia di fare sempre di più e meglio, ma anche di divertimento in bicicletta, di corse in allegria, di grandi amicizie che sono rimaste tali nel corso degli anni.
Ricordo quando ero bambina, con mamma e papà, si andava in Francia, specialmente in Costa Azzurra, tutti lo conoscevano, lo ammiravano, facevano a gara per salutarlo, per stringergli la mano, eppure aveva già smesso da diversi anni di correre; oserei dire che era molto più conosciuto in Francia che in Italia, o forse ci facevo più caso perchè mi stupiva maggiormente.
D'altra parte le sue gesta più epiche si sono svolte in terra transalpina e benchè non sia riuscito a vincere un Tour, forse più che altro per sfortuna, in francia ancora oggi c'è chi ricorda le sue imprese sul Galibier, sul Tourmalet, sull'Aubisque e sulle più famose montagne di quella straordinaria e affascinante corsa a tappe che è il Tour de France.
Mi sembra sempre incredibile ma quando, anche ai giorni d'oggi, partecipando a delle manifestazioni ciclistiche in Francia vengo presentata al pubblico c'è sempre qualcuno che porgendomi un libro con una foto di papà mi chiede l'autografo....!!!
Era sempre in Francia, al Tour durante una tappa nel Sud, quando in fuga da solo, con un certo numero di minuti sugli immediati inseguitori, si vide tagliare la strada da un gatto nero, unica sua grande superstizione, scese dalla bicicletta, lo rincorse fino a raggiungerlo, riuscì a fargli riattraversare la carreggiata..... ma ahimè, non solo gli inseguitori erano passati, ma anche il gruppo ere oramai scivolato via: il gatto nero gli portò veramente sfortuna, ma se lo avesse lasciato andare nulla sarebbe accaduto.
Altro ricordo che mi è sempre rimasto impresso è quello di una grande cotta da fame, sempre al tour, sempre sotto il solleone del Sud, non trovando nient'altro da mangiare che un tozzo di pana raffermo, non riuscendo a mandarlo giù tanto era duro, non trvò altro di meglio che una pozzanghera fangosa: seduto sul bordo della strada si mise ad inzupparci il pane per riuscire finalmente ad ammorbidirlo e poterlo trangugiare: doveva essere veramente buono! Queste cose avevano un grande impatto sui francesi che amavamo molto quel suo modo di correre alla garibaldina e ne fecero un loro idolo.
Papà smise di correre prima di sposarsi, allora erano pochi i corridori che continuavano al cariera dopo il matrimonio, lui diceva sempre che era stata la mamma ad impedirgli di continuare, chissà se era vero? Io posso quindi solo parlare di avvenimenti che lui mi narrava o che gli ho sentito raccontare ad altri: durante una gita che facemmo al colle del Galibier mi fece vedere il percorso che si faceva ai suoi tempi: un sentiero in fondo alla valle che si inrpicava senza tornanti su verso il colle, veramente più adatto ai camosci "appellativo con cui fu chiamato mio padre, parafrasando il suo cognome in piemontese" che agli esseri umani: io non gli davo molto retta o meglio, a detta sua, devo addiritura aver protestato perchè trovavo noioso quel suo raccontare sempre le cose dei tempi passati (che mancanza di rispetto). Questo aneddoto lo raccontava sempre a tutti, per lamentarsi come una bambina di sei o sette anni non desse alcuna importanza alle imprese del proprio padre.
Qualche anno dopo, credo nel 1950 più o meno, papà aveva deciso di iscriversi al giro di Francia dei veterani, fu quella la prima volta che lo vidi in sella ad una bici da corsa, si allenava con tutta la grinta che gli era abituale, ricordo che durante un'allenamento al colle del sestriere, io con la mamma eravamo su una macchina di amici che lo seguiva: era veramente impressionante, questa automobile non riusciva assolutamente a stargli dietro in discesa, anche a distanza di anni era rimasto un discesista più che spericolato. Purtroppo, con mio grande dispiacere, decise poi di non prendere parte alla competizione, il lavoro glielo impedì: peccato sarei stata tremendamente orgogliosa di poter vedere il papà partecipare ad una vera corsa.
Qualche anno più tardi gli fu offerto di fare il commissario tecnico della squadra nazionale italiana al Tour de france, ma non volle accettare, aveva ormai deciso di uscire dal mondo del ciclismo attivo.
Lo rividi poi in sella ad una bici da corsa solo molti anni dopo, quando regalò a Gianluca, il mio primogenito, la sua prima bicicletta con il manubrio basso, trasmettendo in questo modo anche a lui la sua grande passione per ciclismo.
Terminat la cariera agonistica, papà avviò prima una fabbrica di biciclette ovviamente a nome "CAMUSSO", ed in seguito un negozio di articoli sportivi in centro a Torino, in società con un'altra persona, ricordo ancora sopra il banco cassa un'enorme fotografia di mio padre in fuga sulle rampe del Galibier, poi nel 1950 ceduta la sua quota societaria, con la collaborazione di mia mamma, un nuovo negozio sempre a Torino nella via più elegante della città: in Via Roma.
Questo negozio nel corso degli anni diventò un punto di riferimento per tutti gli sportivi eleganti della città, ma anche un punto di incontro di tutti i corridori di passaggio a Torino.
Ricordo sempre il grande Fausto Coppi che ogni volta che si trovava nella nostra città passava trovare papà. Li legava una stima e un grande rispetto reciproco: a me parlava sempre di Marina auspicando che potessimo diventare un giorno amiche.Purtroppo tutti noi conosciamo i fatti e le sventure del "Campionissimo", e non ebbi più la possibilitàdi incontrare sua figlia.
07:36
Scritto da : tarokkis
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